
La cooperazione sociale è un fenomeno complesso e differenziato da molti punti di vista e interessa da vicino il Biellese che negli ultimi anni ha visto un forte e, per certi versi inaspettato, incremento percentuale di questa peculiare forma di lavoro.
Per cercare di comprendere i meccanismi che regolano un mondo dai contorni a volte indefiniti un utile strumento è rappresentato dal "Terzo rapporto sulla cooperazione sociale in Italia", realizzato dal Centro Studi CGM e pubblicato dalla Fondazione Giovanni Agnelli.
Il rapporto, dedicato all'analisi dei modelli proprietari, alla loro organizzazione, alle attività svolte dalle cooperative, è stato presentato giovedì 11 settembre presso la sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella.
Oggetto dell'incontro è stata in particolare la forte differenziazione maturata nel campo della cooperazione sociale negli ultimi dieci anni di sviluppo, a seguito del riconoscimento giuridico che si è tradotto in una legge che, pur fissando alcuni principi cardine chiari (la mission, i campi di attività, l'utenza, la presenza di inedite figure di soci), lascia spazio a esperienze imprenditoriali con caratteristiche assai diverse: cooperative sociali composte da centinaia di soci lavoratori che operano a livello nazionale in diversi campi di attività e, all'opposto, cooperative composte da poche decine di persone portatrici d'interesse (lavoratori retribuiti, volontari, fruitori) che operano su un territorio limitato offrendo servizi specialistici.
Nel presentare al pubblico i risultati emersi dallo studio condotto da CGM i relatori Flaviano Zandonai e Johnny Dotti hanno individuato quattro "questioni aperte" che, se da un lato rimarcano e sottolineano alcune specifiche peculiarità della cooperazione sociale, dall'altro rappresentano le "sfide" rispetto alle quali i dirigenti dovranno sapersi confrontare nei prossimi anni:
- la pluralità dei modelli proprietari
- i modelli organizzativi
- il capitale umano: potenzialità e rischi
- la collocazione nelle politiche e il ruolo nello sviluppo locale
La cooperativa sociale può essere costituita sia da un'unica tipologia di soci, sia da diverse tipologie di soci, in rappresentanza della molteplicità di stakeholder (portatori d'interesse) interessati alle sue attività. In generale, si sono in concreto delineati due modelli distinti: un modello a interessi multipli (multi-stakeholder) e uno composto da soli lavoratori.
In quest'ultimo caso si tratta di cooperative in cui sono dominanti gli interessi del lavoro remunerato e che si propongono come agenzie professionali di erogazione di servizi sociali, con profili di soci molto simili e omogenei per professionalità, cultura, approccio al servizio.
Le cooperative multi-stakeholder assumono invece una connotazione di imprese di comunità, in quanto la varietà dei portatori d'interesse che le compongono fa generalmente riferimento ad un ambito territoriale ben delimitato. Assumendo questa impostazione, la cooperativa sociale adotta, di fatto, un modello organizzativo e di governo orientato a realizzare le aspettative di soggetti la cui visione rispetto alle finalità d'impresa non sempre è ben definita ed omogenea.
La presenza di più portatori d'interesse può quindi costituire un elemento di vantaggio competitivo per le cooperative sociali, in quanto permette loro di essere maggiormente radicate sul territorio e legittimate e quindi di produrre servizi che rispondono con più efficacia e tempestività ai bisogni.
I volontari, da questo punto di vista, rappresentano la tipologia di portatori d'interesse che meglio caratterizza l'orientamento multi-stakeholder. La sfida è di conseguenza quella di individuare e definire le forme attraverso le quali le cooperative sociali riconosceranno e promuoveranno le altre espressioni del terzo settore come propri stakeholder, sperimentando legami societari con le organizzazioni di volontariato, le associazioni, le fondazioni.
Anche rispetto alla scelta del modello organizzativo, in questi anni, si sono venute a delineare due differenti configurazioni.
La prima è quella tradizionale, secondo cui le dimensioni dell'impresa tendono a crescere, compatibilmente con i livelli di domanda e con le condizioni della concorrenza, al fine di sfruttare le economie di scala normalmente associate alle dimensioni. Si assiste in questo caso al crescere del numero dei lavoratori retribuiti e al diversificarsi delle attività.
I problemi possono derivare da un andamento a "doppia velocità", per il quale, ad una crescita veloce delle unità di offerta, non fa seguito un adeguato assetto organizzativo, finalizzato a controllare i processi produttivi e a garantire le connessioni con gli organi di governo (l'assemblea dei soci ad esempio).
Il modello alternativo è invece quello che cerca di coniugare una dimensione contenuta , frutto dell'interazione tra specializzazione dell'attività ed una domanda di servizi espressa dal contesto locale definito, con la creazione di una rete di rapporti economici, produttivi e culturali con altre esperienze simili, che garantisce capacità progettuale e sfruttamento di eventuali economie di scala.
L'appartenenza a reti interorganizzative, quali i consorzi ad esempio, è una scelta strategica che consente di mantenere queste peculiarità, permettendo nel contempo lo sfruttamento di alcuni vantaggi competitivi, quali la possibilità di realizzare economie di scala e la sperimentazione di nuove attività di carattere innovativo e complesso.
A fronte di questi vantaggi, bisogna sottolineare il fatto che l'appartenenza a reti richiede un forte investimento in termini economici e di risorse dirigenziali. Le reti di coordinamento presentano inoltre dei rischi, quali la tendenza alla burocratizzazione e all'autoreferenzialità. L'appartenenza o meno a reti di coordinamento rappresenta per il futuro, una variabile determinante per valutare i modelli di sviluppo della cooperazione sociale, perché le forme di legame reciproco potranno costituire un considerevole vantaggio competitivo, soprattutto in sede di programmazione degli interventi e di rappresentanza nelle sedi istituzionali.
Le cooperative sociali sono imprese ad alta intensità di manodopera: la quota di investimenti materiali, soprattutto nelle cooperative di servizi alla persona, è decisamente minoritaria rispetto ai costi del personale. Per questa ragione la questione delle risorse umane che, a diverso titolo, lavorano nelle cooperative sociali, è un tema di rilevanza strategica.
In particolare esse si caratterizzano per un contesto organizzativo in cui i lavoratori sembrano presentare soddisfazione soprattutto grazie al sistema di relazioni interne e di distribuzione delle risorse (economiche e non) generate dall'impresa.
Questo modello, basato su incentivi di natura non monetaria, sembra essere sviluppato in maniera casuale, come conseguenza di un certo modo di gestire le relazioni interne in presenza di risorse economiche limitate. Occorre di conseguenza che venga strutturato in maniera consapevole, tenendo ben presenti i seguenti punti:
- La selezione delle risorse umane deve continuare a porre attenzione non solo alle competenze specialistiche, ma anche alle motivazioni intrinseche.
- L'attività formativa non serve solo ad adeguare le professionalità alle esigenze dei servizi, ma rappresenta anche una forma possibile di remunerazione.
- L'assetto organizzativo, l'equità e la trasparenza dello stesso incidono in maniera rilevante sulla soddisfazione e sulla fedeltà dei lavoratori.
- La presenza dei volontari è importante per il loro apporto di sensibilità sociale, perché contribuiscono a creare un clima positivo.
- L'ammontare della retribuzione infine è una variabile che, soprattutto per le persone di età adulta e con impegni famigliari, incide sul grado di soddisfazione e fedeltà. Un modello di incentivi consapevole, deve essere uno dei temi rispetto ai quali le cooperative dovranno confrontarsi.
Le dimensioni raggiunte dalla cooperazione sociale dimostrano che essa è ormai parte integrante di quel sistema di relazioni istituzionali ad elevata complessità che è costituito dalle politiche sociali e, più in generale, dal sistema di welfare. Ciò richiama la necessità per il sistema cooperativo di proporre e promuovere una rappresentazione di sé il più possibile condivisa, credibile e sostenibile.
Fino ad oggi le relazioni con gli enti pubblici sono state fortemente connotate dal punto di vista contrattuale e la riflessione e le pressioni che ne sono derivate hanno portato ad alcuni miglioramenti delle modalità contrattuali.
Dopo l'approvazione della legge di riforma dell'assistenza appare tuttavia chiaro che, nel futuro, le cooperative sociali ed i loro dirigenti saranno sempre più impegnati anche ai tavoli della programmazione territoriale locale. Questa partecipazione potrà assumere connotati assai diversi a seconda di come le cooperative sociali si porranno rispetto ad essa.
Da un lato si potrà avere una partecipazione formale o marginale, con un ruolo dominante del soggetto pubblico, lasciando prevalere la concezione secondo cui le cooperative sociali sono un soggetto erogatore di servizi e non un "policy maker" a livello locale. All'opposto, la partecipazione potrà essere concepita in modo attivo, con la cooperazione sociale in grado di elaborare proprie proposte ben definite, sia sui servizi da realizzare, sia sui modelli generali di intervento.
Affinché si realizzi la seconda opzione è necessario che la cooperazione sociale assuma una propria autonoma capacità di programmazione e pianificazione delle politiche sociali e che questa capacità sia propria anche delle singole cooperative , poiché il processo di definizione delle politiche sociali investe sempre più contesti territoriali ristretti (vedi ad esempio i Piani Sociali di Zona, previsti dalla legge di riforma dell'assistenza).
Molto qualificato il pubblico dell'evento: circa un centinaio di persone tra operatori del settore e amministratori pubblici che hanno attivamente partecipato al dibattito conclusivo.
Spunti e considerazioni interessanti sono emersi, in particolare, dall'analisi dei risultati del questionario (vedi allegato) predisposto dalla Fondazione per l'occasione e volto a sondare il grado di interesse e soddisfazione del pubblico per gli argomenti oggetto del convegno.
Oltre ad aver rappresentato un valido strumento per la rivelazione di alcuni dati di interesse operativo per la Fondazione, in particolare in merito alle modalità di comunicazione dell'evento e alla possibile scelta di nuovi argomenti di dibattito, il questionario ha fornito una positiva conferma sull'interesse degli intervenuti all'argomento della giornata. I dati raccolti confermano infatti un alto grado di motivazione e interesse in merito alla scelta del tema, giudicato "molto interessante" da ben l'82,86% degli intervenuti. La trattazione dell'argomento proposto ha poi soddisfatto le aspettative di ben l'80% degli intervenuti per quanto riguarda in particolare la presentazione del terzo rapporto sulla cooperazione sociale mentre è stata espressa quasi all'unanimità (91,43 % dei presenti) la volontà di partecipare a nuovi momenti di studio e confronto impostati secondo la modalità proposta in quest'occasione (presentazione generale, contestualizzazione locale, testimonianze, dibattito).
Il tema centrale rispetto al quale le cooperative sociali dovranno confrontarsi nei prossimi anni sarà quasi sicuramente costituito dal ruolo della cooperazione sociale come attore dello sviluppo locale.
In tal senso si tratta di superare la concezione della cooperativa sociale quale erogatore di servizi, realizzando una strategia finalizzata a influenzare direttamente il proprio ambiente, proponendosi come soggetto in grado di costruire gli elementi dello scenario in cui si dovrà agire.
Per fare ciò le cooperative dovranno rafforzare la propria nitida identità interna, ponendo attenzione ai processi organizzativi e gestionali per ottimizzare e valorizzare le risorse e per affinare gli strumenti di trasparenza nei confronti dei portatori d'interesse interni ed esterni.
In altre parole:
- L'attenzione ai processi d'impresa permetterà di produrre risposte adeguate ai bisogni delle persone alle quali le imprese cooperative si rivolgono.
- L'attenzione ai processi, di partecipazione e condivisione, diventerà una forma di investimento rispetto ai soci, favorendone una crescita come imprenditori sociali, oltre che come bravi professionisti.
- L'attenzione alla comunità locale, ed il reale interesse ad un coinvolgimento reciproco e corresponsabile, saranno il modo per essere a tutti gli effetti un elemento apportatore di ricchezza economica, sociale e culturale.
Ma la possibilità e capacità di interloquire ai diversi livelli in cui si formano le politiche, richiama il valore strategico dell'appartenenza a reti, soprattutto quelle che si formano localmente e che coinvolgono soggetti di natura giuridica e con orientamenti strategici diversi. Quest'ultimo aspetto rappresenta un elemento nuovo per le cooperative sociali, molto più orientate, in questi anni, a costruire reti fra loro (consorzi e associazioni sindacali). Di conseguenza la presenza di interessi multipli non è più solo una questione organizzativa interna, ma riguarda i rapporti che le cooperative sociali sapranno instaurare a livello locale con gli altri soggetti.
Tutto ciò si traduce per la cooperazione sociale nel saper essere impresa di qualità che investe sul proprio patrimonio interno: i soci stessi, che rappresentano il nucleo portante del sistema cooperativo.
Alla loro crescita umana, professionale e imprenditoriale è necessario dedicare attenzioni e cure particolarissime. Su di essi infatti si fonda la capacità della cooperativa di essere ciò che è chiamata ad essere e di reggere nel lungo periodo la propria specifica missione.