Fondazione Cassa di Risparmio di Biella
LA FONDAZIONE PER IL BIELLESE

Giornata della Memoria

Il 27 gennaio 1945 rappresenta una data-simbolo per la coscienza europea: in quel giorno infatti vennero abbattuti i cancelli del lager di Auschwitz, l'inferno nel cuore della Polonia.
A quel giorno e a tutto ciò che rappresenta è dedicata la "Giornata della Memoria": istituita affinché il ricordo del Male e della Follia che portarono allo sterminio di milioni di ebrei non possa essere cancellato dalle coscienze e, una volta dimenticato, tornare in nuove forme.
Tuttavia, da quegli anni segnati dal sonno della Ragione, non emersero soltanto mostri, bensì anche eroi degni di essere ricordati, nuovi martiri di una cristianità che non poteva tollerare di chiudere gli occhi di fronte a ciò che stava avvenendo.
Tra questi va reso merito a Giovanni Palatucci, il poliziotto che salvò migliaia di ebrei il quale "neanche di fronte alla certezza della fine, volle mai abbandonare il suo posto: nonostante le migliaia di vite già salvate, pensava di poterne salvare sempre almeno un'altra".
Affinché la sua straordinaria storia sia di esempio e monito alle nuove generazioni, alle quali è affidato il difficile compito di conservare la memoria di quei tragici eventi, creando al contempo un futuro migliore, la Fondazione Cassa di Risparmio di Biella ha donato a tutte le scuole del Biellese una copia del volume dedicato a Palatucci, con la speranza che possa costituire un utile strumento di riflessione in occasione della Giornata della Memoria.
L'operazione ha coinvolto in totale 104 istituti di cui 91 tra elementari e medie e 13 scuole superiori, si è inserita nel quadro delle numerose iniziative biellesi organizzate per celebrare la Giornata della Memoria.

 

Introduzione

Questo libro, frutto di un appassionato quanto rigoroso ed approfondito lavoro di ricerca promosso dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, offre al lettore, attraverso il racconto della vita di Giovanni Palatucci, una fedele ricostruzione di alcune pagine ancora poco conosciute della nostra storia contemporanea sulle quali oggi si registra un rinnovato interesse della storiografia, riportandoci al periodo dell'Italia dell'"Adriatisches Kustenland", denominazione amministrativa assunta dai territori italiani del nord-est passati, dopo l'otto settembre, sotto il diretto controllo delle autorità militari del Terzo Reich.
(...)
Sin dall'inizio, la narrazione procede senza pause in un sapiente e ben congegnato intreccio nel quale gli eventi della Storia diventano essi stessi parte viva ed integrante del contesto espositivo, sovrapponendosi senza soluzione di continuità alle piccole e grandi storie della gente comune. Ilo risultato è simile ad un affresco dai forti chiaroscuri nel quale si susseguono episodi di grande generosità e coraggio accanto ad esempi di egoismo e di viltà.
In questo scenario si snoda la vicenda umana e professionale di un giovane funzionario di polizia di origine campana che a distanza di oltre 50 anni continua a suscitare ammirazione e commozione.
Dopo una breve esperienza alla Questura di Genova, nel novembre 1937, il vice commissario aggiunto Giovanni Palatucci viene trasferito nella città di Fiume, divenuta in quel periodo il crocevia di migliaia di profughi - in particolar modo di origine ebraica -provenienti dall'Europa centrale ed orientale ove i nazisti, con la zelante collaborazione di alcuni governi fantoccio, avevano iniziato a mettere in atto con lucida e criminale determinazione lo sterminio finale.
Assunta la titolarità dell'Ufficio stranieri, non tarda a percepire i contorni e le dimensioni dell'immane tragedia che andava profilandosi all'orizzonte. Nel novembre del 1948 con la promulgazione delle leggi sulla difesa della razza, volute dal Regime dopo tentennamenti e rinvii, le persecuzioni coinvolgono per la prima volta direttamente anche cittadini italiani.
A quel punto Giovanni comprende che non è più possibile attendere: la sua coscienza gli impone di agire, di fare qualcosa. Ai suoi occhi qualsiasi altra soluzione si sarebbe posta in un insanabile contrasto con i doveri di funzionario di polizia con i valori etici e religiosi cui aveva ispirato tutta la sua vita e lo avrebbe reso moralmente complice dello spaventoso crimine che stava per essere consumato nei confronti dell'intera umanità.
Allora decide di rompere gli indugi e, sfidando prima l'indifferenza e la rassegnazione delle autorità italiane e poi i perentori proclami del Comando germanico,si dedica con tutte le sue energie, con l'aiuto di alcuni coraggiosi poliziotti e di semplici cittadini, alla costruzione di una rudimentale quanto efficace rete di solidarietà - la cui centrale è costituita proprio dall'Ufficio stranieri - grazie alla quale migliaia di ebrei riescono a sfuggire al genocidio.
(...)
Al console svizzero di Trieste, che cerca di convincerlo nelle convulse settimane che precedono il suo arresto ad abbandonare Fiume per rifugiarsi in attesa di tempi migliori nella Confederazione Elvetica oppone un cortese quanto fermo diniego così come aveva rifiutato in precedenza ogni ipotesi di trasferimento che gli era stata prospettata dal Ministero dell'Interno. Dalla documentazione acquisita emerge con chiarezza quanto fosse in lui radicata in quei frangenti la convinzione che la sua partenza avrebbe determinato l'abbandono alla mercé dei nazisti delle comunità italiana ed ebraica di Fiume e di tutti coloro che avevano ancora bisogno del suo aiuto.
C'era ancora un documento da distruggere, un lasciapassare da consegnare, un viaggio verso la speranza da organizzare con una rete di fedeli collaboratori che andava giorno dopo giorni assottigliandosi: "nonostante le migliaia di vite già slavate" afferma una donna triestina che aveva fatto parte della rete clandestina di solidarietà "pensava di poterne salvare almeno un'altra".
La minaccia, sempre più incombente ed attuale, di un intervento repressivo non fa venir meno né rallenta i suoi progetti ed è così che in quelle convulse settimane della primavera e dell'estate del 1944 molte persone riescono miracolosamente a raggiungere la salvezza grazie all'instancabile e febbrile azione di questo giovane funzionario sino a quando il 13 settembre 1944 gli agenti della Gestapo entrano negli uffici della Questura di Fiume, uno dei pochi edifici della regione dalmato-istriana dove continuava a sventolare il vessillo tricolore, per arrestarlo con l'accusa di intelligenza con le forze alleate.
Quando viene rinchiuso nel carcere Cotroneo di Trieste in attesa dell'esecuzione della condanna a morte che gli era stata sommariamente comminata da un tribunale militare, Giovanni ha soltanto trentacinque anni.
Pochi mesi dopo verrà deportato nel campo di concentramento di Dachau, dal quale non farà più ritorno. (...)
 
Tratto dall'introduzione al testo di

 

Giovanni De Gennaro

CAPO DELLA POLIZIA
DIRETTORE GENERALE DELLA PUBBLICA SICUREZZA

 
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